Daniele Vimercati è stato un giornalista eccellente ma, prima ancora, una persona squisita, un signore.
Ebbi il grande piacere di conoscerlo all’inizio degli anni ’80, quando collaborava a “Bergamo Flash” e all’Eco, grazie all’indimenticabile Franco Rho, giornalista, alpinista, scrittore di natura, con cui condivisi oltre che alle idee liberali l’attivo sostegno alla proposta del Club Alpino Italiano per la creazione del Parco delle Orobie.
Nonostante alcune divergenze di vedute, egli era allora un moderato tendente all’onesto conservatorismo, mentre io muovevo i primi passi nella vita politica all’interno del Partito Liberale, sostenendo con convinzione la linea politica del cosiddetto “lib-lab”, che recepiva il rinnovamento espresso dalla segreteria Zanone, stabilii con lui, complice la solidarietà generazionale, un rapporto di simpatia e, credo, di reciproca stima, che mi valse sempre una speciale e benevola attenzione nelle pagine da lui scritte e dirette.
Vimercati fu un ottimo allievo di maestri illustri, quali lo stesso franco Rho e Alessandro Minardi, direttore del “Giornale di Bergamo”, nei movimentati anni settanta. “Il Giornale di Bergamo” era allora uno dei pochissimi quotidiani locali, con la “Gazzetta di Parma” ad essere annoverati tra la stampa nazionale e un’ottima palestra di quel filone liberal conservatore del giornalismo italiano, e non solo, dell’epoca.
Fu, quello un ambiente del tutto speciale, sicuramente anticonformista, una vera e propria fucina che forgiò giornalisti di razza che, in seguito, presero strade diverse, alcuni hanno oggi qualche capello bianco, penso a Vittorio Feltri; altri sono della generazione più giovane, come Pierluigi Saurgnani, ma tutti hanno in comune quel tratto “longanesiano” che unisce la chiarezza nell’esposizione con una certa intransigenza e l’autonomia dal potere.
Daniele Vimercati tra questi, nonostante la giovane età, appariva tra i più promettenti.
Poi, vennero gli anni più recenti, dell’avvicinamento alla Lega, che, peraltro, coinvolse soprattutto nei centri urbani del nord molti ben pensanti, che vedevano nella rivoluzione antipartitica la soluzione dei mali nazionali o territoriali.
Quest’atteggiamento recuperava, in chiave un po’ rozza e qualunquista, molti argomenti della tradizionale opposizione liberale all’invadenza dello Stato e delle burocrazie, all’inefficienza dei servizi, alla fiscalità oppressiva, a tutti quei “lacci e lacciuoli” (secondo una definizione di Guido Carli) che soffocavano lo sviluppo e le potenzialità imprenditive della società civile, in specie nel nord Italia.
Insieme a queste motivazioni la Lega interpretava anche una sempre più diffusa insofferenza verso la mancata moralizzazione della vita pubblica, anche questa battaglia sostenuta con continuità ma senza successo dai laici moderati nel corso della prima repubblica.
Ma, anche nell’ambito leghista, Daniele Vimercati seppe distinguersi e mantenere le sue peculiarità, così come aveva sempre fatto nell’esperienze precedenti, non fosse altro per le sue caratteristiche antropologiche, anche per quel suo aspetto longilineo e gentilizio.
Nei nostri incontri, che avvenivano di rado presso la libreria Lorenzelli, nel confrontarci sui cambiamenti intervenuti nella politica italiana l’ho sempre ritrovato come un uomo disincantato, poco incline agli atteggiamenti folcloristici e gladiatori, che continuava a guardare con divertita ironia, grazie alla sua intelligenza e sensibilità, che gli consentivano di essere, innanzitutto, ironico con se stesso.
Egli sotto sotto rimase un giornalista indipendente, ritenuto “di area” come si usa dire, non concedendosi pienamente alla politica, nemmeno alla Lega e ai suoi vertici, che pure apprezzava e, sotto certi aspetti, ammirava, ma sempre con la necessaria riserva propria di chi conosce l’animo degli uomini e, quindi, non vuole rischiare di rimanere deluso.
Daniele Vimercati era, probabilmente, un conservatore, all’Aron, ma pur sempre con una concezione liberal democratica e pluralista dello Stato e della Società. Non fu mai arcigno o aggressivo, non ebbe mai cadute di stile con attacchi personali o peggio insulti nei confronti di coloro che avevano opinioni e culture diverse dalle sue, per i quali ebbe sempre rispetto.
Ancora una volta, la finezza del giornalista di razza si manifestava attraverso un’ironia brillante e gradevole, mai offensiva e denigratoria, propria delle persone intelligenti, colte e ben educate.
Anche nell’esperienze di conduttore televisivo, penso al talk show “Iceberg” di Telelombardia, non fu mai prepotente, non tentava mai di obbligare l’ospite di dire ciò che il conduttore voleva, ma anzi talvolta la sua alta professionalità faceva quasi sembrare che la conduzione gli sfuggisse di mano, tanto e garbato e civile era il suo tratto; qualità questa davvero rara nell’attuale panorama dei programmi di approfondimento, che troppo spesso assomigliano a vere e proprie risse verbali.
Daniele era molto spesso allegro, amava scherzare, non fu mai estremista, aveva una solida cultura della legalità e uno spiccato senso delle Istituzioni.
Davvero una grande perdita la sua scomparsa, il suo destino non ha voluto che raggiungesse quegli ulteriori traguardi, professionali, personali e civili, per i quali si era preparato con successo e per i quali era sicuramente pronto.
venerdì 25 febbraio 2005
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