mercoledì 22 aprile 2009

LEGGE SUI KEBAB, UN'IDEA REGRESSIVA

Col consueto squillo di trombe il centrodestra orobico annuncia il passaggio in commissione di una nuova legge regionale, volta a regolamentare le attività artigianali dedite alla produzione di beni alimentari di immediata consumazione.
Il consigliere Carlo Saffioti, ora anche coordinatore provinciale PDL, illustra gli obiettivi (di per se condivisibili) del provvedimento: determinazione degli orari, introduzione di norme di carattere igienico sanitario e per favorire una concorrenza alla pari con gli altri tipi di esercizi.
Tutto bene? Per nulla, perchè nella determinazione degli orari, anzichè favorire una graduale liberalizzazione estesa a tutti i soggetti coinvolti, si preferisce livellare verso il basso, riducendo gli spazi di apertura a chi oggi già ne usufruisce.
E che l'impronta della norma sia dirigista è testimoniato dal fatto che piuttosto che lasciare ai sindaci la facoltà di introdurre limitazioni, in considerazione di effettivi problemi di quiete pubblica, si fa esattamente il contrario, delegandoli esclusivamente a concedere le eventuali deroghe agli orari fissati a livello regionale (ma Saffioti non era diventato federalista?).
Ma le vere finalità della norma ce le rivelano i leghisti Davide Boni e Daniele Belotti, che col piglio più verace che li distingue, sul Corriere della Sera, ci anticipano che questo è solo un primo passo e che presto ne seguirà un altro, con il quale "gli enti locali avranno a disposizione una normativa che consentirà di avere sotto controllo tutto ciò che avviene sul proprio territorio" (do you remember Orwell 1984?).
Di che si tratta? In pratica di un'altra leggina atta a discriminare le attivittà commerciali o artigiani da ammettere nei centri storici, sulla base di una certa coerenza con le tradizioni locali.
Insomma un passo indietro sul piano delle liberalizzazioni, ma "uno in avanti per la tutela delle aree storiche, prese d'assalto, grazie al proliferare incondizionato di attività di questo genere".
Nel mirino ci sono soprattutto gli esotici kebab, gestiti da cittadini extracomunitari, che, probabilmente con la loro presenza, compromettono quell'ossessione identitaria e quell'omogeneità etnica che la Lega non tanto intimamente persegue.
A parte l'evidente contrasto col Decreto Bersani, che aveva a suo tempo liberalizzato le licenze, come in tutta Europa, si può notare come un'idea di questo tipo confligga anche con la necessità di mantenere in vita i centri storici attraverso funzioni legate agli stili di vita contemporanei.
Se le centralità urbane rappresentano il luogo di maggor riconoscimento per una comunità è evidente che non possono negarne la pluralità etnica, religiosa e culturale, con tutti i limiti che qualsiasi attività deve osservare per non compromettere il decoro urbano.
Dietro tutto questo insomma non c'è solo una giustificata preoccupazione per il decoro urbano, che è giusto mantenere, ma c'è la cultura delle piccole patrie, la paura della globalizzazione, il rifiuto del cambiamento e del confronto con il diverso, il rifugio in un passato immaginario. C'è una destra che unisce all'indiffenza per le sperequazioni la difesa dei valori tradizionali, che all' uguaglianza delle opportunità preferisce il mantenimento degli interessi consolidati.
Al trinomio Dio, patria e famiglia dei Tremonti e dei Pera, al comunitarismo leghista, riusciranno le forze progressite ad opporre i valori della società aperta, le potenzialità eversive e perciò redistributive del mercato, la visone europea, il principio kantiano del diritto all'ospitalità?
Credo che molti giovani si aspettino proprio questo.

martedì 14 aprile 2009

giovedì 9 aprile 2009



L’Associazione Liberal PD di Bergamo
organizza l’incontro

RIFORME PER SUPERARE LA CRISI: MERITO, TUTELE, EQUITA’

venerdì 17 aprile 2009 - ore 18:00
Palazzo dei Contratti e delle Manifestazioni - via Petrarca 10


Si svolgerà Venerdì 17 Aprile 2009 alle ore 18.00 il convegno ”RIFORME PER SUPERARE LA CRISI: MERITO, TUTELE, EQUITA’”, organizzato dall’Associazione Liberal PD , che inaugura con l’occasione la propria attività locale.
Si tratta questa della prima manifestazione organizzata dall’Associazione nel Nord Italia, dopo gli incontri di Roma, Catania ed il seminario di Amelia.
Nella scelta di Bergamo come sede di questo incontro si è rivelata decisiva la presenza sul territorio bergamasco di un esponente di rilievo di Liberal PD come Valter Grossi.

Interverranno il Sindaco di Bergamo Roberto Bruni, l’Assessore allo Sviluppo Economico e Territoriale del Comune di Bergamo Valter Grossi, il Giuslavorista e Senatore PD Pietro Ichino e, come ospiti, il Vice Presidente di Confindustria per l’Europa Andrea Moltrasio, il Presidente Nazionale dei Giovani Imprenditori Edili Ance Simona Leggeri.
Concluderà il Presidente di Liberal PD Enzo Bianco.


Liberal PD è un’associazione politico-culturale, che trae ispirazione dalla tradizioni culturali della democrazia europea, del riformismo liberaldemocratico, repubblicano, socialista, ambientalista, nonché dal Manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera e unita” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.
L’associazione intende contribuire alla diffusione e al rafforzamento di questi valori all’interno del dibattito e dell’iniziativa politica, parlamentare e istituzionale del Partito Democratico, caratterizzando il proprio contributo sui temi del multilateralismo euro-atlantico, della laicità dello Stato e della modernizzazione economico-sociale.

L'importanza di una Associazione Liberal Pd locale



Per non fare confusione non chiamiamoli circoli, ma associazioni locali, cui dare una forma statuaria il più possibile omogenea, cominciando dal livello regionale per poi scendere a livelli diversi (cittadino, provinciale), ove ci fosse la potenzialità organizzativa.
E’ importante mantenere una certa omogeneità e che da Roma si garantisca un supporto nel mettere velocemente in rete indirizzi, siti, blog , gruppi ed eventi su face-book che si riferiscono a LiberalPD.
Mi sembra assolutamente ideale tenere distinti i due livelli, cioè quello della partecipazione diretta al partito (tesseramento) rispetto all’adesione all’associazione, anche perché nella discussione di oggi, il brillante intervento del candidato Sindaco di Forlì ha spiegato come è più facile promuovere le nostre idee nel PD dall’esterno, piuttosto che dall’interno.
I partiti laici e d’opinione da cui proveniamo si distinguevano per un personale politico e per un elettorato in generale poco attento nei confronti delle tematiche strettamente locali.
Pertanto il sistema dei circoli territoriali (spesso alla scala dei quartieri di una città), su cui si è organizzato il PD, risulta poco congeniale per attrarre i nostri simpatizzanti.
Le persone vicine alla nostra area non concepiscono la politica come un impegno limitato al quadro locale, specie se di dimensioni minori, hanno una attitudine diversa, sono portate ad affrontare temi più generali, scelgono sul merito delle cose , più che sulle ideologie, hanno una spiccata attitudine individualista e quindi per tutte queste ragioni non sono facilmente fidelizzabili verso un’ organizzazione di tipo comunitario, così com’è oggi quella del PD.
Spesso esprimono anche una mobilità e un’ apertura professionale, che li vede protagonisti su più fronti in luoghi diversi, quindi è assolutamente appropriato il modello suggerito dagli amici dell’Umbria, che mi pare è uno dei pochi modi, con cui noi possiamo tentare anche un tesseramento all’interno del partito, con qualche risultato utile.
Resta altresì importante non stabilire alcun automatismo tra l’adesione a LiberalPD e quella al Partito in quanto la gran parte dei nostri amici e potenziali simpatizzanti si trovano in quell’area centrale di confine, tra centrosinistra e centrodestra, che non ha stabilmente deciso dove collocarsi e ancora non riconosce nel PD un vero partito riformatore.
Per questo è necessario mantenersi il più possibile autonomi e rafforzarci, acquisendo quel minimo di autorevolezza, consistenza e visibilità, senza le quali il PD non ci prenderà mai in seria considerazione.
Se esaminiamo la nostra presenza in Parlamento e negli organismi direttivi del PD, locali e nazionali, non possiamo dire che ci siano state spalancate le porte, d’altra parte non se ne vedrebbe il perché, dal momento che in politica la generosità non esiste.
LiberalPD deve qualificarsi per la sua capacità di produrre idee, sfide, contaminazioni all’interno e verso l’esterno, stabilendo contatti collaborazioni e relazioni con le personalità riformiste, oggi un po’ isolate all’interno del partito, e con i centri , gli istituti culturali di area liberaldemocratica e liberalsocialista, spingendosi fino al Partito Radicale, del quale spesso condividiamo molte posizioni.
Solo la forza delle idee, il coraggio delle posizioni più scomode e visionarie possono supportare efficacemente le nostre debolezze organizzative, sapendo sin dall’inizio che quell’idea di Partito Democratico, che avevamo tutti in mente, resta un obiettivo difficile, in nome del quale possiamo accettare delle sconfitte in vista di successi futuri, ma non transigere sui principi.

Intervista a Valter Grossi



All’assessore all’Urbanistica del Comune di Bergamo Valter Grossi “Bergamo economica” ha chiesto di illustrare gli orientamenti generali che sono alla base dei cambiamenti decisi per il recupero dell’area degli Ospedali Riuniti dopo il trasloco dei reparti sanitari nella nuova struttura che sta sorgendo in via Trucca. La prima domanda è quasi d’obbligo.

Assessore Grossi, quale è l’elemento principale, dal punto di vista urbanistico, che distingue questo progetto destinato a cambiare volto ad una parte consistente della città ed a migliorare la qualità della vita di chi vi abita?
L’elemento più significativo che caratterizza questa trasformazione edilizia è la restituzione alla città di una vasta area che, essendo oggi occupata dall’ospedale, di fatto risulta impenetrabile e quindi non fruibile.
La struttura ospedaliera si trasformerà in un nuovo quartiere, completamente pedonalizzato, con un’ampia dotazione di spazi pubblici e di verde fruibile, conservando però i pregi dell’impostazione urbanistica e architettonica originaria, così ben inserita nell’eccellente contesto paesistico.

Vuole specificare meglio la definizione di “pedonalizzabile”? Fin dove si estenderanno le aree pedonali e dove si fermeranno le automobili?
L’accesso e il deflusso del nuovo quartiere avverrà attraverso una circolazione interrata, pertanto in superficie non vi saranno veicoli in transito. Ci saranno delle rampe di discesa e di risalita, il cui posizionamento sarà definito dal progetto definitivo, per consentire ai veicoli di raggiungere anche i parcheggi interrati, anche ad d’uso pubblico, da dove le persone, con scale e ascensori, potranno raggiungere il piano stradale.

Che significato assume l’acquisizione dell’area situata nei pressi di via Bonomini?
Quello di offrire una connessione ecologica tra i colli e il nuovo parco urbano, che in parte sarà di tipo a verde profondo. Per rendere più fruibili e permeabili questi spazi pubblici sono anche previsti percorsi ciclopedonali tra i quartieri di Santa Lucia e Loreto.

Mi sembra si capire, leggendo le planimetrie del progetto, che oltre al recupero di un’area da parecchi anni praticamente isolata dal contesto urbano della città, vi saranno altri benefici a favore della cittadinanza. È un’interpretazione corretta?
In effetti chi vincerà il bando per la realizzazione del progetto edilizio si accingerà a riqualificare l’area secondo le destinazioni e i limiti quantitativi decisi dall’Amministrazione comunale, fornendo anche delle prestazioni pubbliche che il Comune ha elencato in un’apposita scheda che costituisce elemento cogente dell’Atto Integrativo dell’Accordo di Programma.
E si tratta di diversi servizi. Oltre agli 800 posti auto ad uso pubblico che abbiamo già citato, vi sono 10 mila metri quadrati di superficie da dedicare a residenza sociale all’affitto (edilizia convenzionata); si creeranno nuovi spazi culturali di valenza sovralocale come la Fondazione Ospedaliera nella vecchia “Casa Rossa”, dove ora c’è la direzione generale.
Saranno costruite residenze per studenti, la sede di una nuova facoltà universitaria, una ludoteca, una scuola materna ed un asilo nido, oltre ad un Centro diurno con alloggi protetti per anziani. La chiesa dei frati resterà edificio di culto, e potranno localizzarsi altre strutture private ad uso collettivo nel settore dei servizi socio assistenziali.
Inoltre si riqualificherà tutto l’asse viario di via XXIV Maggio e l’ambito strategico previsto in successione dal Piano di Governo del Territorio migliorerà anche un perimetro più ampio corrispondente all’ambito piscine e Accademia Guardia di Finanza, mediante un sistema di spazi aperti tra via Statuto, via Grataroli e largo Barozzi.

Sempre guardando le planimetrie del progetto ci si rende conto che l’area interessata ai mutamenti urbanistici e strutturali è assai più vasta. Di fatto ci troviamo di fronte al ridisegno, nemmeno tanto semplice, di un settore di Bergamo che da via Bonomini arriva fino a via IV Novembre e dai piedi della collina di Città Alta giunge fino a via Broseta includendo, quali presenze rilevanti, il complesso delle piscine dell’Italcementi e la caserma della Guardia di Finanza con annesso campo sportivo. Può aggiungere qualche particolare?

In pratica tutta la zona sarà un quartiere unico con una grande isola pedonale che dal cortile interno dell’ospedale si estenderà lungo via Statuto (fino alla clinica San Francesco) da un lato e via Costituzione e via Grataroli (fino a via Riva Villasanta) dall’altra. Dopo il trasloco della Guardia di Finanza le aree verdi del nuovo quartiere (ex area ospedale), area delle piscine, campo sportivo delle Fiamme Gialle e il parco della caserma stessa andranno ad avere una continuità territoriale fruibile da tutti. Occorre tener presente che questa impostazione non nasce isolata, ma è inserita nel contesto del nuovo Piano di Governo del Territorio che il Comune sta preparando.
Vorrei anche aggiungere un cosa: la progettazione non si basa sui vecchi Piani norma del Piano Regolatore Generale (PRG), bensì ha come riferimento “Schede progetto” che rappresentano criteri di indirizzo per la redazione dei vari strumenti attuativi. Queste schede non generano diritti di edificazione ed hanno una durata corrispondente ai cinque anni del Documento di Piano.

La Crisi del PD



La crisi in cui è precipitato il PD era largamente prevedibile e solo un gruppo dirigente miope e insensibile poteva pensare di reggere al diffuso stato di disagio, che al di là dei risultati sardi, serpeggiava nel partito da molti mesi.
Le motivazioni di questa debacle sono molteplici, ma la principale sta sicuramente nell'incapacità o nell'impossibilità da parte di Walter Veltroni di guidare il partito con una linea politica leggibile e condivisa. In pratica quel connotato "plurale", che avrebbe dovuto essere la ricchezza, si è trasformato in una babele, in un messaggio confuso e contraddittorio.
Le origini di tutto ciò possono essere individuate anche nel metodo con cui si sono svolte le primarie, dove al conflitto ideale, allo scontro tra tesi diverse, si è preferita la strada più comoda del plebiscito, alle idee politiche la scorciatoia del leaderismo. Se si eccettua l'onesto tentativo di Rosy Bindi, da parte mia non condivisibile nei contenuti, le altre candidature alla segreteria si sono poste come un'alternativa più connotata dall'approccio che dal merito, dal giovanilismo o dal mito della società civile, che dalla sostanza.
Da questo vizio d'origine non poteva che determinarsi quel famoso "amalgama mal riuscita" che in pochi mesi ha saputo annichilire sia le grandi proposizioni del Lingotto, che un risultato elettorale di tutto rispetto, sul quale c’erano tutte le premesse per innestare un lungo e paziente percorso verso l'alternativa di governo. A ciò va naturalmente aggiunta l'infelice alleanza con il partito personale di Di Pietro, specializzato nella demagogia giustizialista e nell'antiberlusconismo d'accatto.
I casi su cui l'ambiguità e l'indeterminatezza si sono più clamorosamente manifestati sono:
LA POLITICA ECONOMICO-SOCIALE, dove, dopo i tanti slanci di modernizzazione, espressi nella bella campagna elettorale, ci si è subito impiantati, cercando un’impossibile mediazione con le posizioni più conservatrici. Dalle scelte come quella di Damiano, ministro ombra al posto di un Ichino, al non saper cogliere la crisi come un'opportunità per offrire al paese un credibile progetto di rinnovamento, basato sullo scambio tra tutele e riforme, emerge un partito statico, incapace di affrancarsi dal collateralismo sindacale, di lanciare un patto generazionale per il welfare e un'idea di riorganizzazione dello Stato, senza strizzare l’occhio al localismo leghista.
LA POLITICA ESTERA, che, anziché porsi nel solco del miglior neo-multilateralismo atlantico, denunciando la spregiudicatezza di una destra spesso indifferente verso i diritti umani si è dimostrata ondivaga, tra una sofferta sintesi composta da Fassino e le incursioni di D'Alema (Putin, Trattato con la Libia, Gaza);
IL TEMA DEI DIRITTI INDIVIDUALI E DELLO STATO LAICO, tema di per sé assai complesso, complicato da quella perla di Carta dei valori, in gran parte partorita da orfani del compromesso storico, in cui si postula il principio per il quale le diverse anime avrebbero dovuto in ogni caso trovare una sintesi sulla base, magari, di una sana laicità.
Premesso che il concetto di laicità non abbisogna di aggettivazioni ambigue che ne stravolgano il significato, va ricordato che esso si fonda sul pluralismo delle opzioni, garantito dalla neutralità dello Stato, che non è indifferenza. Ed anche il compromesso per intersezione, quello kelseniano, l'unico possibile in una società plurale, assume come punto d'incontro quelle norme che lasciano libertà di scelta, nel rispetto dell'autonomia tra le differenti credenze, sino a che non danneggiano gli altri.
LA COLLOCAZIONE EUROPEA, nodo complicato, presente sin dall'inizio, continuamente evitato e rimandato, sul quale si gioca la stessa scommessa del PD, quella di saper fondere e organizzare i diversi filoni riformisti, in un quadro di democrazia maggioritaria.
Qui dopo il discorso di Franceschini, si intravede un mezzo accordo, i cui veri protagonisti sono D'Alema e Marini, attraverso il quale senza entrare nel PSE, il PD aderirebbe al gruppo socialista.
Inutile dire che tale soluzione nega l'ambizione di rappresentare un fronte più avanzato ed europeista, della sinistra tradizionale, obbligando molti come il sottoscritto a recidere legami storici col riformismo liberaldemocratico europeo.
A questo punto il problema va affrontato alla radice, verificando se ci sono le condizioni per andare avanti, dedicando i prossimi mesi ad una franca discussione sulle ragioni costitutive e sui contenuti di questo partito. Si tratterà di scegliere tra un ridimensionamento del progetto in chiave più o meno socialdemocratica, ripiegando sui lidi più sicuri della sinistra europea tradizionale e la voglia di fare qualcosa di diverso, più lungimirante, proiettato nel dibattito globale sul rapporto tra democrazia e mercato, sulla dimensione poliedrica della cittadinanza, sulla società aperta come risposta alle comunità chiuse.
La competizione globale, l'immigrazione, la scienza, le telecomunicazioni sono formidabili fattori di cambiamento, che inevitabilmente sollevano inquietudini, accentuate dalla crisi economica; se la destra è deputata a cavalcare le paure in nome del passato, alle forze di progresso spetta invece il compito di governare questi fattori, indirizzandoli verso una più equa distribuzione della ricchezza e delle opportunità.
E' una scommessa impegnativa, che richiede perseveranza, linearità, determinazione, ma a cui non ci si può sottrarre, se si vuole costruire un credibile alternativa di governo.
Diversamente, se il PD si rassegnerà ad essere la versione ggiornata di cose già viste, occorrerà riscattare e reinterpretare quello delle minoranze visonarie, ma rigorose, quelle che in altri momenti storici hanno fatto l'Italia moderna, sempre pronte a combattere in nome della ragione e dell'intransigenza morale, a dire le cose che la gente non sempre vuole sentire.

Valter Grossi
Associazione LiberalPD

Franceschini, Il PD e le tasse


In un paese in cui la forbice tra ricchi e poveri si dilata oni giorno di più, la proposta di Franceschini per un' imposta straordinaria del 2% sui redditi superiori a centoventimila euro, se da un lato ha il merito di riproporre il tema della giustizia sociale, dall'altro mostra qualche limite.
Volendo esprimere una valutazione non soggetta ad ideologismi, mi pare di poter dire che in linea teorica essa ricalca l'idea che la tassazione, attraverso il criterio della progressività, possa atribuire allo Stato un certo potere redistributivo.
Tale idea trova ancor maggior giustificazione in un periodo di crisi come l'attuale e non può essere spacciata per una scelta di tipo bolscevico, come si vorrebbe far credere, perchè rappresenta un'opzione spesso sperimentata in molte tra le più evolute democrazie liberali del mondo, Stati Uniti d'America in primis.
Ciò che che però la indebolisce è la sua estemporaneità, probabilmente dettata dai tempi e dalle modalità di una politica ormai ridotta agli annunci e alla più irresponsabile demagogia.
Infatti essa prescinde da una serie di riflessioni che dovrebbero doverosamente essere anteposte all'utilizzo della leva fiscale, ben riassunte nell'articolo 81 della Costituzione repubblicana, sempre più ignorato dalla prassi.
In primo luogo si deve tener conto che questo prelievo agirebbe sullo 0,4 dei contribuenti che però rappresenta il 12% sul totale delle entrate tributarie, composto prevalentemente da redditi fissi, caraterizzati proprio per questo da un alto tasso di lealtà verso il fisco.
In secondo che tale manovra verebbe effettuata in presenza di un alto livello di evasione fiscale, producendo così l'effetto che a pagare siano sempre i soliti, per altro in questo caso rappresentati da categorie, senz'altro più capienti, ma maggiormente esposte ai rischi e alla competizione del mercato e per questo più pagate.
Inoltre proprio l'articolo 81 stabilisce che le leggi di bilancio non possano incorporare nuovi tributi e che le maggiori necessità debbano essere primariamente coperte da interventi sul lato della spesa, scelta che impone maggior rigore e utile strumento per stimolare una maggiore virtù nella gestione della cosa pubblica.
La proposta, che personalmente potrei ritenere anche condivisibile, avrebbe maggior credibilità se fosse accompagnata da ulteriori impegni sul fronte della razionalizzazione della spesa, della bonifica dello Stato e della ricerca di condizioni più eque nel campo delle tutele sociali.
Che senso ha chiedere sacrifici da parte di uno Stato incapace di riformarsi nelle sue strutture, nelle sue articolazioniperiferiche e nel welfare, che mantiene in vita evidenti sperequazioni generazionali, privilegi e storture di tutti i tipi ?
Credo che molti sarebbero ben disposti a versare questo contributo di solidarietà se avessero la percezione di un reale cambiamento, in grado di garantire che tali risorse non verrebbero sciupate per mantenere in vita un sistema pensionistico squilibrato, un ordinamento statuale obsoleto e rindondante, un apparato politico così pletorico, prebende e favoristismi ingiustificati.
Del resto queste riflessioni sono anche suffragate da alcune strane sospette adesioni, che provengono per esempio dalla Lega, alla quale interessa soprattutto ottenere in questa fase il consenso necessario per varare una riforma federalista, i cui costi sono ancora tutti da verificare.
Pertanto a mio modo di vedere non c'è da scandalizzarsi sul contenuto politico della proposta Franceschini ( una vera destra economica avrebbe tutta la legittimità di contestarla dal suo punto di vista) quanto piuttosto bisogna criticarne i limiti, che per un approccio rifomista stanno nella sua incapacità di produrre qualcosa di veramente innovativo sul piano della modernizzazione, dell'equità sociale e dei rapporti tra il cittadino e lo Stato.
"Quando al figlio del povero saranno offerte le medesime opportunità di studio e di educazione che sono possedute dal figlio del ricco, quando i figli del ricco saranno dall'imposta costretti a lavorare, se vorranno conservare la fortuna ereditata ........"; e ancora "La progressività delle imposte deve dare allo Stato i mezzi per fornire alla collevità i beni comuni della sicurezza sociale e della istruzione...."
Forse il liberalismo di Einaudi farebbe più bene al PD di La Pira.

Progetto per le Orobie

Ho partecipato all'incontro, ovviamente in forma privata, organizzato da “Orobievive” presso la Biblioteca civica Tiraboschi e vorrei esprimere qualche considerazione sull'argomento.
Innanzitutto complimenti per la bella lezione di botanica, per chi come me ha sempre concentrato le sue attenzioni principalmente sulla fauna alpina è stata un'esperienza meravigliosa.
Entrando invece nei problemi, mi pare di poter dire che il grado di consenso acquisito da questa discutibile operazione sia purtroppo ormai così ampio che, solo una valutazione negativa in sede europea, la potrà fermare.
Detto questo non bisogna però demordere e soprattutto occorre sforzarsi nell'immaginare e proporre strategie alternative. Mi è piaciuto molto il richiamo di qualcuno al fatto che non spetta alle associazioni ambientaliste elaborare strategie territoriali complesse, ma semmai porsi come interlocutori, fornire contributi, nel loro ruolo di utile "contrappeso".
Tuttavia osservo che la politica, facendone ahimè parte, si sta dimostrando molto latitante, quando non pervasa da impostazioni ormai superate e soprattutto dannose e questo richiede una surroga da parte della società, in questo caso dei suoi corpi intermedi, di cui mi sento altrettanto parte.
Per queste ragioni spero di fornire un contributo utile trasmettendovi il mio punto di vista, maturato in anni di osservazioni sulle problematiche della montagna e supportato dalla recente esperienza d’assessore all'urbanistica e allo sviluppo territoriale di Bergamo.
Le nostre Orobie sono uno straordinario bacino di naturalità posto nei pressi di una delle aree più antropizzate d'Europa e questo, se da un lato costituisce un fattore critico di successo, data la loro collocazione rispetto al mercato, dall'altro le espone al rischio della fagocitazione.
Ciò si accompagna ad una crescente ricchezza in termini di biodiversità, indotta dallo spopolamento e dalle leggi di tutela introdotte negli anni ottanta, oltre che di particolari endemismi floreali, una storia e un paesaggio del tutto peculiari.
Questi dati di partenza, insieme alle più avanzate esperienze italiane ed europee, ci dice già che lo sviluppo turistico e non solo di queste valli deve privilegiare un concetto di diversificazione, che prenda in considerazione più campi d'attività, che vanno dal settore energetico pulito, al lavoro intellettuale telematico, all'artigianato, all'agricoltura di qualità, al turismo, a sua volta opportunamente segmentato nelle sue diverse specialità: climatico, del benessere, sportivo, alpinistico, gastronomico, culturale, congressuale.
All'interno di questo mix spetta certamente un posto di rilievo allo sci alpino, soprattutto nella stagione invernale, ma, considerando le quote, le superfici in gioco e la stessa morfologia orobica, è evidente che tale ruolo non potrà mai assumere il peso che ha in altre situazioni già ben consolidate e sotto questo aspetto certamente più attrattive.
Partendo da un tale premessa, mi pare di poter dire che ad esempio ad investimenti di tipo estensivo, come quelli presenti nella proposta di comprensorio per l'alta Val Seriana, andrebbero preferiti investimenti di tipo intensivo e cioè di ammodernamento, potenziamento, riqualificazione del demanio esistente, in modo da recuperare un certa competitività dell'offerta, senza compromettere zone intonse di altissimo pregio.
Con un’offerta più efficiente più completa e più sofisticata sul piano del servizio il fattore vicinanza alla megalopoli farebbe in molti casi premio sulle dimensione dei comprensori.
Va onestamente detto che una siffatta strategia si adatta molto meglio all'alto bacino del Brembo (per quanto compromesso dalla qualità insediativa) che alla Val Seriana, ma un'attenta analisi dell'esistente e una maggior cooperazione tra i Comuni consentirebbero di scegliere i luoghi più idonei su cui investire, sacrificando e risanando ciò che resterebbe inutilizzabile, e/ o mettere in rete in modo sostenibile ciò che si ritiene di conservare, seppur migliorato.
Faccio anche presente che uno dei rischi insiti nel nuovo progetto è il probabile minor afflusso verso la Val di Scalve, giù sfavorita dal punto di vista dell’accessibilità.
Detto questo vorrei spendere qualche parola su un'altra attività complementare, su cui occorrerebbe riporre più attenzione, la cosiddetta filiera agricoltura-allevamento-trasformazione alimentare, perché dal mio punto di vista questo è un giacimento le cui potenzialità sono ancora in gran parte inesplorate e il cui mercato è in crescita; oltre che segnatamente sinergico con il turismo in generale e gastronomico in particolare.
Certo si tratta di produrre un grande duplice sforzo:
a) di recupero di una tradizione, di una storia e di una cultura locali residuali e per certi versi imbastardite da trovate un pò sconnesse portate avanti senza alcuna selettività;
b) di modernizzazione attraverso lo sviluppo di nuove conoscenze quali il marketing territoriale, le scienze zootecniche e alimentari, la moderna gestione del ricettivo.
Insomma serve un serio programma di sostegno e incentivi sul fronte immateriale quello della conoscenza, accanto a concreti aiuti capaci di incoraggiare e mettere a sistema anche quelle lodevoli iniziative spontanee, ideate dalla lungimiranza di alcuni giovani, che oggi si affacciano, tra un generale scetticismo.

Sul tema dei collegamenti infrastrutturali si è detto molto, contrapponendo troppe volte questa esigenza alle necessità di tutela del paesaggio, penso che per il territorio bergamasco sia venuto il momento di spostare la discussione sulla qualità delle infrastrutture, dal punto di vista della loro sostenibilità ambientale, cercando di fare meglio, introducendo per esempio criteri di adeguato inserimento sin dalla loro progettazione (come nei paesi più civili) e non opere mitigatorie a disastri fatti.
Sempre intorno ai collegamenti colgo l’occasione per sottolineare l’importanza strategica di quelli intervallivi, prospettiva che può giustamente mettere in allarme il fronte ambientalista, ma che costituisce però condizione propedeutica se si vogliono offrire risposte coordinate a problemi comuni, che mordono comunità tra loro isolate.
Mi auguro non manchi la disponibilità a discuterne, con tutta la prudenza del caso, perché un sistema di più aperta collaborazione/competizione tra le nostre valli innescherebbe un circuito virtuoso di scambi, relazioni culturali, sociali ed economiche e darebbe corpo ad una piattaforma turistica più ricca, diversificata e soprattutto di scala più adeguata.
Lo stesso Parco beneficerebbe di quella percezione di unitarietà, che non ha mai conquistato e che l’infausto esasperato localismo ha sempre avversato, acquisendo un contributo concreto per una sua effettiva valorizzazione.
E’ ora di comprendere che non esistono soluzioni singole a problemi comuni e che il successo di un luogo, può generare opportunità per quello vicino, ciascuno con le propria missione specifica, che completa quella dell’altro.
E’ da tanto tempo che non scrivevo della montagna bergamasca, dai lontani anni 80, in cui con Franco Rho si cercava di spiegare come un parco potesse trasformarsi in occasione di rilancio di un mondo, quello delle Orobie, che ha così tanto influenzato il carattere e la storia della comunità bergamasca, grazie per avermene fornito lo spunto.


Valter Grossi