
La crisi in cui è precipitato il PD era largamente prevedibile e solo un gruppo dirigente miope e insensibile poteva pensare di reggere al diffuso stato di disagio, che al di là dei risultati sardi, serpeggiava nel partito da molti mesi.
Le motivazioni di questa debacle sono molteplici, ma la principale sta sicuramente nell'incapacità o nell'impossibilità da parte di Walter Veltroni di guidare il partito con una linea politica leggibile e condivisa. In pratica quel connotato "plurale", che avrebbe dovuto essere la ricchezza, si è trasformato in una babele, in un messaggio confuso e contraddittorio.
Le origini di tutto ciò possono essere individuate anche nel metodo con cui si sono svolte le primarie, dove al conflitto ideale, allo scontro tra tesi diverse, si è preferita la strada più comoda del plebiscito, alle idee politiche la scorciatoia del leaderismo. Se si eccettua l'onesto tentativo di Rosy Bindi, da parte mia non condivisibile nei contenuti, le altre candidature alla segreteria si sono poste come un'alternativa più connotata dall'approccio che dal merito, dal giovanilismo o dal mito della società civile, che dalla sostanza.
Da questo vizio d'origine non poteva che determinarsi quel famoso "amalgama mal riuscita" che in pochi mesi ha saputo annichilire sia le grandi proposizioni del Lingotto, che un risultato elettorale di tutto rispetto, sul quale c’erano tutte le premesse per innestare un lungo e paziente percorso verso l'alternativa di governo. A ciò va naturalmente aggiunta l'infelice alleanza con il partito personale di Di Pietro, specializzato nella demagogia giustizialista e nell'antiberlusconismo d'accatto.
I casi su cui l'ambiguità e l'indeterminatezza si sono più clamorosamente manifestati sono:
LA POLITICA ECONOMICO-SOCIALE, dove, dopo i tanti slanci di modernizzazione, espressi nella bella campagna elettorale, ci si è subito impiantati, cercando un’impossibile mediazione con le posizioni più conservatrici. Dalle scelte come quella di Damiano, ministro ombra al posto di un Ichino, al non saper cogliere la crisi come un'opportunità per offrire al paese un credibile progetto di rinnovamento, basato sullo scambio tra tutele e riforme, emerge un partito statico, incapace di affrancarsi dal collateralismo sindacale, di lanciare un patto generazionale per il welfare e un'idea di riorganizzazione dello Stato, senza strizzare l’occhio al localismo leghista.
LA POLITICA ESTERA, che, anziché porsi nel solco del miglior neo-multilateralismo atlantico, denunciando la spregiudicatezza di una destra spesso indifferente verso i diritti umani si è dimostrata ondivaga, tra una sofferta sintesi composta da Fassino e le incursioni di D'Alema (Putin, Trattato con la Libia, Gaza);
IL TEMA DEI DIRITTI INDIVIDUALI E DELLO STATO LAICO, tema di per sé assai complesso, complicato da quella perla di Carta dei valori, in gran parte partorita da orfani del compromesso storico, in cui si postula il principio per il quale le diverse anime avrebbero dovuto in ogni caso trovare una sintesi sulla base, magari, di una sana laicità.
Premesso che il concetto di laicità non abbisogna di aggettivazioni ambigue che ne stravolgano il significato, va ricordato che esso si fonda sul pluralismo delle opzioni, garantito dalla neutralità dello Stato, che non è indifferenza. Ed anche il compromesso per intersezione, quello kelseniano, l'unico possibile in una società plurale, assume come punto d'incontro quelle norme che lasciano libertà di scelta, nel rispetto dell'autonomia tra le differenti credenze, sino a che non danneggiano gli altri.
LA COLLOCAZIONE EUROPEA, nodo complicato, presente sin dall'inizio, continuamente evitato e rimandato, sul quale si gioca la stessa scommessa del PD, quella di saper fondere e organizzare i diversi filoni riformisti, in un quadro di democrazia maggioritaria.
Qui dopo il discorso di Franceschini, si intravede un mezzo accordo, i cui veri protagonisti sono D'Alema e Marini, attraverso il quale senza entrare nel PSE, il PD aderirebbe al gruppo socialista.
Inutile dire che tale soluzione nega l'ambizione di rappresentare un fronte più avanzato ed europeista, della sinistra tradizionale, obbligando molti come il sottoscritto a recidere legami storici col riformismo liberaldemocratico europeo.
A questo punto il problema va affrontato alla radice, verificando se ci sono le condizioni per andare avanti, dedicando i prossimi mesi ad una franca discussione sulle ragioni costitutive e sui contenuti di questo partito. Si tratterà di scegliere tra un ridimensionamento del progetto in chiave più o meno socialdemocratica, ripiegando sui lidi più sicuri della sinistra europea tradizionale e la voglia di fare qualcosa di diverso, più lungimirante, proiettato nel dibattito globale sul rapporto tra democrazia e mercato, sulla dimensione poliedrica della cittadinanza, sulla società aperta come risposta alle comunità chiuse.
La competizione globale, l'immigrazione, la scienza, le telecomunicazioni sono formidabili fattori di cambiamento, che inevitabilmente sollevano inquietudini, accentuate dalla crisi economica; se la destra è deputata a cavalcare le paure in nome del passato, alle forze di progresso spetta invece il compito di governare questi fattori, indirizzandoli verso una più equa distribuzione della ricchezza e delle opportunità.
E' una scommessa impegnativa, che richiede perseveranza, linearità, determinazione, ma a cui non ci si può sottrarre, se si vuole costruire un credibile alternativa di governo.
Diversamente, se il PD si rassegnerà ad essere la versione ggiornata di cose già viste, occorrerà riscattare e reinterpretare quello delle minoranze visonarie, ma rigorose, quelle che in altri momenti storici hanno fatto l'Italia moderna, sempre pronte a combattere in nome della ragione e dell'intransigenza morale, a dire le cose che la gente non sempre vuole sentire.
Valter Grossi
Associazione LiberalPD

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