Col consueto squillo di trombe il centrodestra orobico annuncia il passaggio in commissione di una nuova legge regionale, volta a regolamentare le attività artigianali dedite alla produzione di beni alimentari di immediata consumazione.
Il consigliere Carlo Saffioti, ora anche coordinatore provinciale PDL, illustra gli obiettivi (di per se condivisibili) del provvedimento: determinazione degli orari, introduzione di norme di carattere igienico sanitario e per favorire una concorrenza alla pari con gli altri tipi di esercizi.
Tutto bene? Per nulla, perchè nella determinazione degli orari, anzichè favorire una graduale liberalizzazione estesa a tutti i soggetti coinvolti, si preferisce livellare verso il basso, riducendo gli spazi di apertura a chi oggi già ne usufruisce.
E che l'impronta della norma sia dirigista è testimoniato dal fatto che piuttosto che lasciare ai sindaci la facoltà di introdurre limitazioni, in considerazione di effettivi problemi di quiete pubblica, si fa esattamente il contrario, delegandoli esclusivamente a concedere le eventuali deroghe agli orari fissati a livello regionale (ma Saffioti non era diventato federalista?).
Ma le vere finalità della norma ce le rivelano i leghisti Davide Boni e Daniele Belotti, che col piglio più verace che li distingue, sul Corriere della Sera, ci anticipano che questo è solo un primo passo e che presto ne seguirà un altro, con il quale "gli enti locali avranno a disposizione una normativa che consentirà di avere sotto controllo tutto ciò che avviene sul proprio territorio" (do you remember Orwell 1984?).
Di che si tratta? In pratica di un'altra leggina atta a discriminare le attivittà commerciali o artigiani da ammettere nei centri storici, sulla base di una certa coerenza con le tradizioni locali.
Insomma un passo indietro sul piano delle liberalizzazioni, ma "uno in avanti per la tutela delle aree storiche, prese d'assalto, grazie al proliferare incondizionato di attività di questo genere".
Nel mirino ci sono soprattutto gli esotici kebab, gestiti da cittadini extracomunitari, che, probabilmente con la loro presenza, compromettono quell'ossessione identitaria e quell'omogeneità etnica che la Lega non tanto intimamente persegue.
A parte l'evidente contrasto col Decreto Bersani, che aveva a suo tempo liberalizzato le licenze, come in tutta Europa, si può notare come un'idea di questo tipo confligga anche con la necessità di mantenere in vita i centri storici attraverso funzioni legate agli stili di vita contemporanei.
Se le centralità urbane rappresentano il luogo di maggor riconoscimento per una comunità è evidente che non possono negarne la pluralità etnica, religiosa e culturale, con tutti i limiti che qualsiasi attività deve osservare per non compromettere il decoro urbano.
Dietro tutto questo insomma non c'è solo una giustificata preoccupazione per il decoro urbano, che è giusto mantenere, ma c'è la cultura delle piccole patrie, la paura della globalizzazione, il rifiuto del cambiamento e del confronto con il diverso, il rifugio in un passato immaginario. C'è una destra che unisce all'indiffenza per le sperequazioni la difesa dei valori tradizionali, che all' uguaglianza delle opportunità preferisce il mantenimento degli interessi consolidati.
Al trinomio Dio, patria e famiglia dei Tremonti e dei Pera, al comunitarismo leghista, riusciranno le forze progressite ad opporre i valori della società aperta, le potenzialità eversive e perciò redistributive del mercato, la visone europea, il principio kantiano del diritto all'ospitalità?
Credo che molti giovani si aspettino proprio questo.
mercoledì 22 aprile 2009
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