Ho partecipato all'incontro, ovviamente in forma privata, organizzato da “Orobievive” presso la Biblioteca civica Tiraboschi e vorrei esprimere qualche considerazione sull'argomento.
Innanzitutto complimenti per la bella lezione di botanica, per chi come me ha sempre concentrato le sue attenzioni principalmente sulla fauna alpina è stata un'esperienza meravigliosa.
Entrando invece nei problemi, mi pare di poter dire che il grado di consenso acquisito da questa discutibile operazione sia purtroppo ormai così ampio che, solo una valutazione negativa in sede europea, la potrà fermare.
Detto questo non bisogna però demordere e soprattutto occorre sforzarsi nell'immaginare e proporre strategie alternative. Mi è piaciuto molto il richiamo di qualcuno al fatto che non spetta alle associazioni ambientaliste elaborare strategie territoriali complesse, ma semmai porsi come interlocutori, fornire contributi, nel loro ruolo di utile "contrappeso".
Tuttavia osservo che la politica, facendone ahimè parte, si sta dimostrando molto latitante, quando non pervasa da impostazioni ormai superate e soprattutto dannose e questo richiede una surroga da parte della società, in questo caso dei suoi corpi intermedi, di cui mi sento altrettanto parte.
Per queste ragioni spero di fornire un contributo utile trasmettendovi il mio punto di vista, maturato in anni di osservazioni sulle problematiche della montagna e supportato dalla recente esperienza d’assessore all'urbanistica e allo sviluppo territoriale di Bergamo.
Le nostre Orobie sono uno straordinario bacino di naturalità posto nei pressi di una delle aree più antropizzate d'Europa e questo, se da un lato costituisce un fattore critico di successo, data la loro collocazione rispetto al mercato, dall'altro le espone al rischio della fagocitazione.
Ciò si accompagna ad una crescente ricchezza in termini di biodiversità, indotta dallo spopolamento e dalle leggi di tutela introdotte negli anni ottanta, oltre che di particolari endemismi floreali, una storia e un paesaggio del tutto peculiari.
Questi dati di partenza, insieme alle più avanzate esperienze italiane ed europee, ci dice già che lo sviluppo turistico e non solo di queste valli deve privilegiare un concetto di diversificazione, che prenda in considerazione più campi d'attività, che vanno dal settore energetico pulito, al lavoro intellettuale telematico, all'artigianato, all'agricoltura di qualità, al turismo, a sua volta opportunamente segmentato nelle sue diverse specialità: climatico, del benessere, sportivo, alpinistico, gastronomico, culturale, congressuale.
All'interno di questo mix spetta certamente un posto di rilievo allo sci alpino, soprattutto nella stagione invernale, ma, considerando le quote, le superfici in gioco e la stessa morfologia orobica, è evidente che tale ruolo non potrà mai assumere il peso che ha in altre situazioni già ben consolidate e sotto questo aspetto certamente più attrattive.
Partendo da un tale premessa, mi pare di poter dire che ad esempio ad investimenti di tipo estensivo, come quelli presenti nella proposta di comprensorio per l'alta Val Seriana, andrebbero preferiti investimenti di tipo intensivo e cioè di ammodernamento, potenziamento, riqualificazione del demanio esistente, in modo da recuperare un certa competitività dell'offerta, senza compromettere zone intonse di altissimo pregio.
Con un’offerta più efficiente più completa e più sofisticata sul piano del servizio il fattore vicinanza alla megalopoli farebbe in molti casi premio sulle dimensione dei comprensori.
Va onestamente detto che una siffatta strategia si adatta molto meglio all'alto bacino del Brembo (per quanto compromesso dalla qualità insediativa) che alla Val Seriana, ma un'attenta analisi dell'esistente e una maggior cooperazione tra i Comuni consentirebbero di scegliere i luoghi più idonei su cui investire, sacrificando e risanando ciò che resterebbe inutilizzabile, e/ o mettere in rete in modo sostenibile ciò che si ritiene di conservare, seppur migliorato.
Faccio anche presente che uno dei rischi insiti nel nuovo progetto è il probabile minor afflusso verso la Val di Scalve, giù sfavorita dal punto di vista dell’accessibilità.
Detto questo vorrei spendere qualche parola su un'altra attività complementare, su cui occorrerebbe riporre più attenzione, la cosiddetta filiera agricoltura-allevamento-trasformazione alimentare, perché dal mio punto di vista questo è un giacimento le cui potenzialità sono ancora in gran parte inesplorate e il cui mercato è in crescita; oltre che segnatamente sinergico con il turismo in generale e gastronomico in particolare.
Certo si tratta di produrre un grande duplice sforzo:
a) di recupero di una tradizione, di una storia e di una cultura locali residuali e per certi versi imbastardite da trovate un pò sconnesse portate avanti senza alcuna selettività;
b) di modernizzazione attraverso lo sviluppo di nuove conoscenze quali il marketing territoriale, le scienze zootecniche e alimentari, la moderna gestione del ricettivo.
Insomma serve un serio programma di sostegno e incentivi sul fronte immateriale quello della conoscenza, accanto a concreti aiuti capaci di incoraggiare e mettere a sistema anche quelle lodevoli iniziative spontanee, ideate dalla lungimiranza di alcuni giovani, che oggi si affacciano, tra un generale scetticismo.
Sul tema dei collegamenti infrastrutturali si è detto molto, contrapponendo troppe volte questa esigenza alle necessità di tutela del paesaggio, penso che per il territorio bergamasco sia venuto il momento di spostare la discussione sulla qualità delle infrastrutture, dal punto di vista della loro sostenibilità ambientale, cercando di fare meglio, introducendo per esempio criteri di adeguato inserimento sin dalla loro progettazione (come nei paesi più civili) e non opere mitigatorie a disastri fatti.
Sempre intorno ai collegamenti colgo l’occasione per sottolineare l’importanza strategica di quelli intervallivi, prospettiva che può giustamente mettere in allarme il fronte ambientalista, ma che costituisce però condizione propedeutica se si vogliono offrire risposte coordinate a problemi comuni, che mordono comunità tra loro isolate.
Mi auguro non manchi la disponibilità a discuterne, con tutta la prudenza del caso, perché un sistema di più aperta collaborazione/competizione tra le nostre valli innescherebbe un circuito virtuoso di scambi, relazioni culturali, sociali ed economiche e darebbe corpo ad una piattaforma turistica più ricca, diversificata e soprattutto di scala più adeguata.
Lo stesso Parco beneficerebbe di quella percezione di unitarietà, che non ha mai conquistato e che l’infausto esasperato localismo ha sempre avversato, acquisendo un contributo concreto per una sua effettiva valorizzazione.
E’ ora di comprendere che non esistono soluzioni singole a problemi comuni e che il successo di un luogo, può generare opportunità per quello vicino, ciascuno con le propria missione specifica, che completa quella dell’altro.
E’ da tanto tempo che non scrivevo della montagna bergamasca, dai lontani anni 80, in cui con Franco Rho si cercava di spiegare come un parco potesse trasformarsi in occasione di rilancio di un mondo, quello delle Orobie, che ha così tanto influenzato il carattere e la storia della comunità bergamasca, grazie per avermene fornito lo spunto.
Valter Grossi
giovedì 9 aprile 2009
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento